Visualizzazione post con etichetta aziende. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta aziende. Mostra tutti i post

venerdì 18 febbraio 2011

Come si affronta la ripresa? Cambiando l'organizzazione aziendale



Interessantissima analisi questa mattina sul Giornale di Brescia in cui Gianfranco Tosini (ex direttore del Centro studi e settore economia dell'Associazione industriale bresciana) analizza i benefici portati dalla ripresa tedesca alle aziende bresciane. Tosini si spinge oltre individuando anche un passaggio chiave del successo tedesco sul mercato:

L'intuizione dei tedeschi è stata quella di identificare, in mercati sempre più complessi e articolati, l'organizzazione aziendale come il vero fattore critico di successo. Un modello che fa leva sui punti di forza dei singoli individui che vengono incastonati in processi aziendali molto complessi. Una buona organizzazione aziendale ha consentito la crescita di imprese efficienti, in grado di fabbricare buoni prodotti, apprezzati per qualità in tutto il mondo.


Non si spinge oltre, ma tra le righe si può leggere anche un consiglio-critica alle aziende bresciane ancora ancorate al modello dirigenzial-familiare dell'altro secolo. Soprattutto laddove Tosini "lega" i due modelli:

I rapporti commerciali di Brescia con la Germania datano da lungo tempo e si sono sempre di più intrecciati e rafforzati, tanto che si può dire che l'industria bresciana sia un'appendice di quella tedesca.


In altre parole: le aziende bresciane hanno goduto di un effetto traino, ma ora avrà bisogno di ripensarsi perchè da un certo punto in poi non basta il traino ma serve la capacità di correre al pari dei propri partner. Questa capacità passa da un ripensamento organizzativo delle realtà aziendali.

venerdì 28 gennaio 2011

Arclinea a "Buonissimo", occasioni di cultura in centro storico

Non mi hanno ancora convinto sul fatto che l'apertura di Buonissimo in centro storico (negli spazi dell'ex Oviesse in corso Mameli) a Brescia sarà un successo dal punto di vista commerciale. I prezzi, ma soprattutto le abitudini dei bresciani nel loro rapporto con il centro storico, restano i due interrogativi maggiori.

Ciò che tuttavia mi piace moltissimo è il tentativo di unire commercio e cultura in una ridefinizione più ampia della vivibilità degli spazi commerciali cittadini. Per questo trovo di grande interesse le lezioni di cucina di Arclinea che si terranno nello spazio inaugurato il mese scorso.

E' una scelta che va nella direzione indicata da Fabrizio Valente di Kikilab (consulente ed esperto di retail) in una intervista che gli feci nel luglio 2010:



Non si deve più intendere il negozio come spazio di vendita, ma come punto di relazioni capace di catalizzare l'attenzione di potenziali clienti attraverso incontri, relazioni, spazi di incontro.




Credo che la sfida vada oltre i fatturati e sarà vinta il giorno in cui effettivamente questo nuovo store entrerà negli usi e costumi di una parte della città.





venerdì 21 gennaio 2011

Business Angels e questioni di startup (anche a Brescia)



Di questi tempi sapere che esiste ancora chi ha voglia di mettere soldi in nuove aziende dovrebbe essere notizia da prima pagina.

Non da oggi, ma da almeno dieci anni, seguendo un modello che ha avuto successo nei primi anni '80 in Gran Bretagna e Olanda, ma che affonda le sue radici nei finanziamenti teatrali a Brodway dell'800: quello dei «Business Angels».


Qui allegata la mia pagina su Bresciaoggi dedicata ai Business Angels bresciani

E' uno dei segni di vitalità che ogni tanto arrivano ancora, e fa seguito alla startup night organizzata il 15 dicembre scorso da Wave.

mercoledì 5 gennaio 2011

Anno zero: crisi e fallimenti. L'altra faccia della ripresina.



Quella che in tanti si sono affrettati a chiamare "ripresina" a Brescia ha generato 313 fallimenti nell'arco del 2010. Aggiungiamoci pure (notizia sempre di ieri, da Bresciaoggi) che continuano a crescere gli sfratti ed avremo un quadro sufficientemente sconfortante.

Forse chi ha parlato anzitempo di ripresina non ha capito nulla, o era in malafede, oppure non ci ha detto tutta la verità, illudendo la gente con lo slogan beneaugurante della ripresa, che nella percezione comune è potere d'acquisto, occupazione, benessere diffuso, ma che nel linguaggio degli economisti si riduce a dato di fatto sui + e i - della produzione economica, che da solo tuttavia non garantisce nulla a nessuno.

Non sono tra quelli che considerano i fallimenti un male a priori, se non per le ricadute occupazionali sempre drammatiche. Ma nella sua declinazione italiana il fallimento vissuto come condanna imprenditoriale rischia ulteriormente di portarci all'immobilismo, alla sfiducia, all'incapacità di credere in nuove scommesse. Come il calciatore che dopo un grave infortunio non rientri psicologicamente in sè limitandosi a giocare tirando indietro il piede.

Il dato, 313 fallimenti, va contestualizzato. Si tratta del secondo più pesante negli ultimi 10 anni dopo i 329 del 2005. Non stupisce un po' anche questo? Non era questa la peggior crisi vissuta dal nostro sistema? Non si era detto che così male non si era mai stati? Cosa si è tenuto nascosto del passato? Qualcosa che non torna: c'è stato un momento in cui numericamente le aziende bresciane "morivano" con più facilità. Non un momento lontano, ma talmente vicino da farci pensare che quel virus forse sia ancora alla base dei problemi odierni.

Parlando di radici della crisi nei giorni scorsi avevo fatto notare come Brescia

negli ultimi 8 anni ne ha avuti 6 in cui ha dovuto registrare un segno meno alla voce produzione


dati che confermano l'evidenza: la crisi che stiamo vivendo non è (non solo) quella di Lehmann Brothers del 16 settembre 2008 ma è (soprattutto) il profondo travaglio di un sistema produttivo che fatica a stare sul mercato, che ha resistito corrodendo i margini, che è arrivato al collasso dei fatturati evidenziato dai bilanci 2009, che nonostante l'inversione di tendenza del 2010 deve affrontare problemi di equilibrio aziendale assai diffusi.

Tutto quello che si è detto, a proposito di banche e finanza in primis, è solo un approdo, forse un peggiorativo, ma non una causa scatenante. Sta al termine di un percorso, non alla sua radice. Attribuire al sistema del credito tutte le colpe è come dire che un malato è morto perchè si è staccata la spina senza chiedersi perchè era malato.

Farlo invece incolpando la politica significa ignorare un intero ciclo economico-politico inaugurato nei primi anni '90 in cui la figura centrale e più mitizzata è stata quella dell'imprenditore, che a gran voce ha chiesto di essere protagonista tout court della vita sociale del Paese (al punto da svilire il ruolo del lavoro dipendente progressivamente precarizzato) e per lunghi tratti è stato figura di riferimento nelle scelte del Paese.

So bene che una differenza sta in "chi" falliva nel 2005 (aziende più piccole) e chi invece è crollato negli ultimi anni (anche grandi realtà), in uno scenario in cui la Cassa integrazione massiccia (altro nodo che verrà al pettine) ha dato un altro elemento di inquietudine economica ed occupazionale. E nel conto entrano pure le grandi realtà (a Brescia il caso emblematico per dimensione e reazione sindacale è quello di Ideal Standard) che semplicemente hanno gettato la spugna scegliendo vie diverse. Al di là dei numeri puri lo scenario circostante dice che i 313 fallimenti 2010 pesano di più dei 329 del 2005, ma ciò non toglie che i numeri ci sono e quindi gli allarmi hanno suonato tardi (ed ancora forse non si è capito nemmeno dove sia scoppiato l'incendio).

L'Associazione industriale bresciana sostiene che ai livelli pre crisi torneremo solo nel 2019. Ora al di là di possibili critiche su cosa sia pre-crisi e sul valore dei dati congiunturali nella fase 2002-2005 e 2005-2008, a cui ho accennato nelle righe sopra, il dato (in sè puramente statistico) serve non tanto a porre un obiettivo a 10 anni, ma esclusivamente per una riflessione sull'oggi: se infatti nel lungo periodo saremo tutti morti (Keynes), l'unico imperativo per le aziende è quello di intervenire subito, puntando prioritariamente ad un nuovo equilibrio: attraverso prodotti capaci di stare sul mercato, non attraverso una svendita alla cinese che mortifica i margini più che i ricavi e quindi le aziende stesse. Un obiettivo strategico non più rimandabile.

E' finito il tempo del fatturato come indice prioritario, finito il tempo della corrosione dei margini e pure quello della concorrenza sul prezzo di cui (in tempi di lira cartastraccia svalutata e svalutabile) siamo stati i primi veri maestri (prima dei cinesi che da bravi allievi ci hanno superato). Finito anche il tempo della sovrapproduzione che inflaziona e svaluta il prodotto stesso.

In tempi di latitanza politica e di totale assenza di politiche industriali nazionali, l'equilibrio (anche a crescita zero) sarebbe già un gran risultato minimo.

venerdì 3 dicembre 2010

Wikileaks, una lezione per le aziende



Wikileaks sta facendo tremare il mondo, ma ciò che accade può stimolare anche una seria riflessione sulla sicurezza informatica. Pare infatti che i dati che vengono pubblicati dal sito siano stati facilmente trafugati da un impiegato infedele, che li avrebbe salvati su semplici CdRom.

Riprendo volentieri una mail che mi è arrivata oggi in redazione dall'agenzia "L'ippogrifo", sia perchè trovo che il loro appello sia interessante, sia perchè mi piace molto questo modo di una agenzia di comunicazione di inserirsi nell'attualità delle notizie per suggerire soluzioni e servizi alle aziende. Un modo assai maturo, intelligente, suggestivo e produttivo - che consigliai anche nel mio ultimo seminario in Officina strategia - di fare comunicare le aziende con i media tradizionali.

Wikileaks dimostra cosa può succedere per un impiegato “infedele”. Il 97% delle aziende è certa che i dipendenti non salvino dati “sensibili”, ma…

“ E’ la dimostrazione di una delle tesi che da sempre sosteniamo: la vera “falla” della sicurezza informatica , prima ancora che i sistemi, è la persona, il dipendente, che volontariamente o meno apre la porta ai
pirati. Oppure che, come in questo caso, deliberatamente li copia per farne un uso improprio. – ha dichiarato Mirko Gatto, dell’Osservatorio Nazionale per la Sicurezza Informatica – Da un sondaggio da noi fatto realizzare appositamente, emerge che il 97% del campione è certo che i dipendenti non salvino i dati dell’azienda senza
autorizzazione. Ma i dati dimostrano invece che si tratta di un fenomeno ben più diffuso: il 5% delle aziende che sono state colpite da attacchi informatici hanno scoperto che il danno deriva o da un uso fraudolento dei
dati da parte di dipendenti o collaboratori o da disattenzione “colposa”.

Addirittura il 100% delle aziende che non hanno nessun sistema di prevenzione del fenomeno del download non autorizzato dichiara che non se ne preoccupa perché “ha fiducia nei dipendenti.

“ La fiducia è una bella cosa, indispensabile in una azienda. Ma se i dipendenti o i collaboratori sono numerosi, ecco che affidarsi solo all’onestà ed alla buona fede non è sufficiente. Se poi in questo periodo di crisi il dipendente tema un licenziamento, oppure ha motivi di risentimento verso l’azienda a causa di ritardi di pagamento o per ricorsi a cassa integrazione…”

Il 17% delle aziende colpite dichiara che il danno è stato elevato.

“ Se persino il Governo degli Stati Uniti è stato colpito immaginiamo cosa potrebbe succedere ad una azienda, in particolare se fossero piratati dati sulla ricerca e l’innovazione, sulle strategie aziendali o il settore commerciale, con i dati dei clienti attuali, di quelli passati e di quelli potenziali. – ha continuato Gatto – Si tratta di costruire una cultura imprenditoriale di maggiore consapevolezza. Pensare per tempo a sistemi di sicurezza che permettano di evitare download non autorizzati costa poco e permette di evitare danni che potrebbero essere notevoli. Dovrebbero pensarci anche dalle parti di Washington..”.

giovedì 25 novembre 2010

Green economy? A Brescia per ora solo parole



La green economy a Brescia rimane sulla carta e nelle dichiarazioni altisonanti di quelli che benpensano. Lo dicono le elaborazioni della Camera di Commercio di Milano. Nell'ultimo anno è aumentato del 9,8% rispetto all’anno precedente il numero di imprese lombarde con certificazione ambientale ISO 14001. Gli aumenti maggiori si registrano a Mantova (+25,8%) e a Monza (+19,4%).

Brescia è in ritardo: nell'ultimo anno da 231 certificazioni a 246, ovvero un incremento misero, del 6,5%, inferiore sia al dato regionale che a quello nazionale (+15,5%). Peggio, in Lombardia, hanno fatto solo Como, Sondrio e Pavia. Un vero peccato. Una "occasione persa" (per ora) si potrebbe dire pensando alle necessità di rinnovamento, trasparenza, garanzie, che la crisi sta facendo emergere.

In totale sono 1.908 le imprese in Lombardia con certificazione ambientale, il 14,4% del totale italiano che ammonta a 13.222 attività certificate. La maggior parte (751, 39,4% del totale lombardo) si trova a Milano e provincia, a seguire Brescia (246, 12,9% - un dato questo che fa crescere ancora di più il rammarico per una svolta "verde" che tarda ad arrivare) e Bergamo (230, 12,1%).

martedì 26 ottobre 2010

La crisi infinita, la politica lontana e il pressing improduttivo delle lobby

L'ultima analisi congiunturale dell'Associazione industriale bresciana (Confindustria) dice che avanti di questo passo recupereremo il -25% di produzione che la crisi ci ha portato via solo nel 2019. Lo scorso anno si parlava del 2013. A voler tradurre il dato economico in un auspicio politico si può semplicemente aggiungere che al momento per le aziende non sembrano esserci le condizioni operative necessarie per un rapido ritorno al passato.

A voler invece essere un pochino critico nei confronti delle aziende e dei loro organismi di rappresentanza, a cui viene dato un ruolo di pressione nei confronti della politica che nel maggio 2009 - in occasione del cambio alla presidenza degli industriali bresciani - fotografai così: È l’Italia del 2009, che conosce i suoi problemi ma non sa come venirne fuori, che da una parte soffre l’immobilità della politica e dall’altra il pressing improduttivo delle lobby.

In altre parole: politica improduttiva, ma allo stesso momento lobby che non hanno più quel peso specifico decisivo per indirizzare le scelte e renderle operative e realmente influenti nel tessuto socioeconomico del Paese.

giovedì 7 ottobre 2010

Le imprese bresciane e l'aeroporto bresciano (punti di vista)



In passato (qui) avevo affrontato il tema dell'aeroporto di Montichiari parlando di "campanili che parlano di globalizzazione".

Nei giorni scorsi ho visitato la Air Sea Service, azienda che lavora nel settore dei trasporto (tra le specializzazioni più interessanti, le armi e l’arte, ma anche le autovetture, in particolare quelle d’epoca).

Nel mio pezzo odierno sull'azienda ho potuto parlare di aeroporto dal punto di vista di chi l'aeroporto lo dovrebbe far funzionare, ovvero i trasportatori. Può sembrare una banalità ma fin qui di aeroporto hanno parlato più i politici (sia quelli delle istituzioni che quelli delle associazioni di categoria) che gli imprenditori.

Francesco Mangiarini spiega perchè in questo momento un aeroporto a gestione bresciana non avrebbe vita facile. «La mentalità bresciana - spiega Mangiarini - prevede spesso la vendita franco fabbrica: in altre parole si tratta di consegnare la merce al cliente sulla porta del magazzino lasciando perdere il trasporto». La sfida futura è quella di appropriarsi della maggior parte possibile del valore collegato alla propria vendita. Un aspetto nel quale il trasporto gioca un ruolo centrale. Quella di Mangiarini - che è anche consigliere del multisettore Aib - sembra essere una risposta possibile al presidente del gruppo giovani Francesco Uberto che
nei giorni scorsi ha indicato tra le sfide del futuro la capacità «di intercettare la maggior parte del valore non sono più unicamente quelle della trasformazione, ma anche quelle dell’ideazione e della commercializzazione» da parte delle filiere divenute globali. E la sfida va oltre: «quando le aziende bresciane - continua Mangiarini - avranno in mano un aspetto commerciale cruciale come il trasporto, avrà più valore la richiesta di un aeroporto locale».


Il problema, insomma, non è essere favorevoli o contrari, ma creare un sottobosco di utenti interessati (che al momento - stando a quanto dice l'amministratore delegato di Air Sea Service - non c'è). Personalmente, infine, resto convinto che al mondo dell'impresa interessi più il corretto ed efficiente funzionamento dell'infrastruttura che la bandierina provinciale che sventola all'esterno. E che il sistema aeroportuale del Nord Italia (scusate la ripetitività) ha solo bisogno di più mercato e meno politica.

lunedì 13 settembre 2010

100 lire di biscotti rotti

Tra i racconti i miei racconti preferiti dell'infanzia c'era quello in cui mia mamma in un momento di ribellione andò a comprare 100 lire di biscotti rotti, a credito, dal negoziante sotto casa, per il gusto trasgressivo di mangiarsi un intero pacco di dolci da sola e "farla pagare" nel vero senso della parola ai suoi genitori.

Ho ripensato a quell'episodio poco fa, quando Fabrizio Martire di Uncle Pear mi ha raccontato l'operazione "Fuori dal forno". Una innovativa idea di lancio di un nuovo prodotto attraverso il quale si potrà abbassare il prezzo di un nuovo prodotto della pasticceria Veneto di Iginio Massari semplicemente facendo "Mi piace" sul prodotto.

Si parte da un'offerta lancio di 10 euro, ed ogni "mi piace" su Facebook farà scendere i un centesimo il prezzo di vendita. In poche ore si è già arrivati a quasi 200 click...

L'offerta sarà poi limitata ai primi 10 pacchi di biscotti venduti, ma l'idea non può che attirare l'attenzione...

sabato 11 settembre 2010

Bonanni a Brescia e la platea che non mugugna più



Raffaele Bonanni è stato a Brescia due giorni dopo l'aggressione di Torino.
La platea cislina - che pure nell’ultima occasione in cui il leader era stato a Brescia non gli aveva risparmiato i mugugni - stavolta ne ha sottolineato i passaggi più significativi con approvazione. Potere delle contestazioni scriteriate che fanno ritrovare spirito unitario. Qui trovate la mia pagina su Bresciaoggi.

Tra le cose dette condivido soprattutto un passaggio. Anche perchè nelle occasioni pubbliche in cui ho avuto l'opportunità di dire la mia ho sempre sottolineato che la crisi in Italna non nasce dalla finanza scriteriata ma da un modello produttivo (soprattutto in Italia) entrato in crisi. Bonanni ieri ha detto: «l’Italia è stata negli ultimi cinquant’anni la Cina d’Europa, e Brescia la Cina italiana, ma quando si cresce molto ci si ammala ed ora bisogna trovare un nuovo punto di equilibrio». E spero di non essere stato l'unico a prendere nota, accostando questa frase a quel che dico io: "se giochi a fare il cinese prima o dopo arriva qualcuno più cinese di te".

Tra le tante definizioni ossequiose sentite in questi giorni del sindacato ce n'è una - registrata ovviamente a microfoni spenti - che a mio modo di vedere inquadra alla perfezione la situazione di tanti organismi di rappresentanza (di lavoratori, ma anche delle imprese) che coglie il momento, l'evoluzione, i metodi e le prospettive dell'associazionismo economico, ridotto ormai alla somma di "enti parastatali autoconservativi a porte girevoli".

giovedì 2 settembre 2010

Lo sfogo di Linus, occasione persa?



Il direttore di Radio Dee Jay, Pasquale Di Molfetta, meglio conosciuto come Linus, affida oggi ad un post un suo personalissimo sfogo in cui dice mi fa orrore il mondo di Internet e questo meccanismo perverso per cui chiunque dal buio della propria cameretta può sputare sentenze.

E' una sua reazione, probabilmente giustificata, che fa seguito ad un lungo periodo in cui attraverso i blog ha reso partecipi gli ascoltatori delle sue scelte. Cambi di palinsesto, spostamenti, scelte anche difficili e sofferte. Sul suo blog la gente va e dice cosa pensa. Lo sta facendo in questi giorni a proposito della decisione di non confermare Alessio Bertallot.

Personalmente ho apprezzato il suo stile e la schiettezza dello sfogo. Credo tuttavia che chi sperimenta strumenti di partecipazione possa tastare con mano i benefici fino ad apprezzare la necessarietà dei feedback degli ascoltatori - che peraltro non sono l'unico sistema di misurazione, forse solo quello più rumoroso - (ma la storia non cambierebbe se il tema fosse un qualsiasi altro media: i telespettatori o i lettori). Resto quindi in attesa del nuovo approccio paventato dal quel "Si cambia" che non è un si chiude.

Scrive Linus: Nessun direttore di giornale, radio o televisione si degna di spiegare nessuna delle sue scelte, anche perché quello che c’è veramente dietro di esse quasi sempre non si può dire. Peccato, aggiungo io.





domenica 29 agosto 2010

sabato 28 agosto 2010

Armi, ecco il futuro del Banco di Prova



Su Bresciaoggi (in una pagina che potete scaricare qui ho anticipato il progetto, attraverso il quale il Banco nazionale di Prova di Gardone Valtrompia sta cercando di diventare interamente bresciano sotto l’egida della Camera di commercio in qualità di azienda speciale.

Riporto qui soltanto la parte relativa alla ricostruzione delle vicende degli ultimi due anni. Dal decreto taglia enti di inizio 2009 (Brunetta) fino al tentativo centralista di far passare il ministero dal 25% al 60% in Cda, perchè credo sia un esempio della schizofrenia politica di questo Governo, del suo modo di muoversi, della totale inconcludenza e strumentalità della gran parte dei provvedimenti adottati o solo ventilati.

L’ente è da due anni al centro di una querelle tra le istituzioni locali ed il Governo. Ad inizio 2009 inspiegabilmente il Banco nazionale di prova delle armi (che è privato, ma di interesse pubblico) venne incluso nella lista degli enti inutili da tagliare del celebratissimo decreto Brunetta. Dopo il grande clamore iniziale, tuttavia, quel decreto non tagliò nulla. Durante Exa 2009 l’allora ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola - ai tempi ancora in sella, e ancora ignaro di chi gli avesse pagato casa - garantì ai produttori: «Il Banco non si tocca. Ci penso io, non so come ma ci penserò io». Il danno era evidente: la chiusura avrebbe creato un vuoto a livello nazionale visto che la struttura è l’unica in Italia atta a certificare armi e munizioni idonee a finire sul mercato. Dopo l’estate la prima svolta con la riabilitazione dell’ente, in seguito al cosiddetto «piano di riordino», che tuttavia lo appesantì burocraticamente imponento un collegio sindacale (30 mila euro circa all’anno di nuovi oneri). Degli 84 organismi che al 31 ottobre aderirono al «piano di riordino» nessuno fu tagliato.
Superato l’ostacolo Brunetta il Banco di Prova è finito nel mirino del Governo all’inizio del mese di giugno. L’obiettivo: ridurre i membri del Cda da 12 a 5 membri. Un taglio che nascondeva un fine secondario, perchè la riforma prevista puntava ad un azzeramento della presenza degli enti territoriali ed il depotenziamento della rappresentanza delle aziende (un armiere ed un munizonista in minoranza). Allo stesso momento la conferma dei 3 membri di nomina ministeriale avrebbe portato le nomine ministeriali dal 25% al 60% del Cda. La notizia cadde nei giorni della prima Exa international (a Toronto), e la reazione delle istituzioni locali economiche e politiche fu immediata, con il presidente della Camera di commercio Francesco Bettoni e quello del Banco di Prova, Aldo Rebecchi, che puntarono alla liberalizzazione dell’ente con l’intento di difendere una specificità locale, che ora ha portato a questo progetto.

venerdì 27 agosto 2010

Caviale-gate, dura la vita se sei uno storione



Ieri, dopo aver espresso la mia critica nei confronti del comportamento degli pseudo moralismi anti caccia che tollerano la pesca - in qualsiasi forma - c'è stata una strage di storioni (nella foto un esemplare scosso dall'accaduto) in provincia, all'Agroittica di Calvisano, famosa per allevare del pesce così buono da riuscire a vendere il caviale anche ai russi (che è un po' come la storia del ghiaccio e degli eschimesi).

Si tratta (come dico del pezzo), del terzo incidente per gli storioni nella Bassa, il secondo nell'ultimo mese. Che non si vada verso uno storioni-gate?

Se siete scaramantici non leggete questo blog :)
Io non lo sono mai stato.

sabato 14 agosto 2010

Due anni di crisi

Oggi su Bresciaoggi una mia pagina, con intervista a Maurizio Zipponi, sui due anni di crisi.
La potete scaricare qui. Mia opinione sintetica: non ci sarà ripresa fino a che le nostre aziende non evolveranno il proprio modello organizzativo passando dal familismo cattolico che le ha generate ad una moderna concezione manageriale d'impresa, basata sul merito. Finora, secondo me, abbiamo solo limitato i danni. Retorica? Ai posteri l'ardua sentenza.

Sull'argomento interessante anche il pezzo sul Leghismo rosso scritto nei giorni scorsi da Il Sole 24 Ore.

sabato 24 luglio 2010

Pmi, crisi e Rosari, uno spunto per il dibattito



"Le piccole e medie imprese nella crisi economica" è il titolo del dibattito che questa sera dovrò condurre a Botticino, alla festa provinciale del Pd, alle 21. Con me ci saranno un esponente confindustriale come Francesco Franceschetti, presidente del Comitato piccola industria di Aib, il leader di Apindustria Luciano Gaburri, il presidente provinciale di Confartigianato, Eugenio Massetti, e Luigi Dolci, presidente di Ascom Fidi.

Oggi, leggendo il Giornale di Brescia, ho avuto un bellissimo spunto da cui partire dal vicesindaco di Brescia Fabio Rolfi, secondo cui i "Rosari" (confidenzialmente, il venditore di rose di strada, che vedete nella foto mentre ammalia i clienti-serpenti e fa fallire un paio di commercianti) mettono in difficoltà i negozi ed afferma: "i fioristi regolari a causa di questi venditori, per lo più indiani e pachistani, soffrono un calo delle vendite". Questa sarà di certo una delle domande che porrò ai miei interlocutori... convinto come sono che la crisi non sia solo un fatto economico ma anche sociale e più in generale una questione di democrazia internazionale.

giovedì 22 luglio 2010

I benefattori della Credieuronord (bank for dummies)



ANTEFATTO: (Da Wikipedia) La banca Credieuronord è un istituto bancario, nota come Banca della Lega per la vicinanza ai vertici della Lega Nord. Nata nel 1998, venne sponsorizzata dallo stesso Umberto Bossi, che invitava con una lettera i vertici del movimento a sottoscrivere le quote. Dopo diverse vicende la banca fallisce e nel 2006 arrivano le prime sentenze giudiziarie contro Gian Maria Galimberti, Giancarlo Conti e Piero Franco Filippi, condannati a risarcire 3 milioni di euro, mentre lo stesso verdetto assolve i politici indagati. I condannati sono ritenuti responsabili di MALA GESTIO della banca.

Ieri è arrivato un comunicato in redazione, da cui è uscito questo pezzo sul giornale.

Ciò che però mi è piaciuto più di tutto, in assoluto, è il tono del comunicato stampa.
In particolare:
"Il Comitato di Soccorso ha potuto effettuare almeno un versamento di denaro alle oltre 2.000 persone che ci hanno richiesto un aiuto". Avete capito bene? UN AIUTO. Praticamente dei benefattori.
E l'altra perla:
"Sono oltre mille gli ex azionisti che sono stati completamente rimborsati; sfido chiunque a trovare in questo decennio casi di investitori che hanno recuperato la totalità del loro investimento". Frase dalla logica deduzione: uno degli "investimenti" più sicuri che potete fare è investire in una banca che fallisce!!

Quando si dice "il potere alla parola"...





Appunti in forma d'intervista su commercio, innovazione, società, marketing e commercianti senza futuro



Nelle scorse settimane ho avuto l'occasione di incontrare Fabrizio Valente, sociologo originario di Napoli ma attualmente operativo a Brescia, specializzato a Parigi e Londra, fondatore di Kiki Lab, laboratorio specializzato sul Retail a 360° che opera nel campo della consulenza, delle ricerche e della formazione per aziende distributive, produttive e dei servizi.
Valente fa parte della giuria di Confcommercio che ogni anno assegna il Premio per l’innovazione nel commercio e nei servizi. Per il World Retail Congress dal 2008 è l’unico italiano a far parte delle Giurie degli Awards e nel 2010 è stato nominato Presidente della Expert Jury per l’assegnazione del Retail Innovation Award. Partecipa come relatore a convegni internazionali in tutto il mondo.

Ne è uscita una interessante intervista pubblicata da Bresciaoggi.it che ricondurrei a tre punti chiave:
- marketing strategico (i negozi pensati come spazi d'incontro, teatro di eventi, non solo come spazi di vendita)
- integrazione urbanistica (una nuova logica di aggregazione commerciale esterna ai centri commerciali)
- progettualità territoriale (l'identificazione di una vocazione comune di determinate aree cittadine: le stazioni, i centri storici, i quartieri residenziali...)

La chiave di volta è unica: per stare nel commercio ai tempi della crisi bisogna uscire dall'isolamento e ripensare i quartieri e la loro ragion d'essere a partire dall'offerta commerciale. Un approccio che di riflesso può favorire o tutt'al più suggerire soluzioni per un altro settore in crisi, quello dell'edilizia residenziale...

Per ora sono soprattutto appunti... spero di avere l'occasione di approfondire e inventare qualcosa di più organico i temi che Valente ha affrontato con me in questa intervista così come nel suo studio "Retail innovations 6", che vi invito a richiedere e consultare, che contiene numerosi casi di successo innovativo nel commercio da cui prendere spunto.

Purtroppo, in fondo, viviamo pur sempre nel paese in cui le mille sagre popolari che ogni estate caratterizzano tutta la penisola diventano per le conservatrici associazioni dei commercianti un motivo di polemica anzichè un'opportunità di sinergia e nuovi sviluppi da cogliere.

venerdì 18 giugno 2010

La lezione canadese

E' stato davvero interessante ed istruttivo passare, in pochi giorni, da una tour di una settimana in Marocco ad una esperienza di lavoro in Canada. Da un Paese che in qualche modo guardiamo dall'alto in basso ad un altro che spiamo di traverso, quando nutriamo il sogno americano, nei confronti del quale non possiamo nutrire complessi di superiorità.



Dal deserto ai palazzi di Toronto, per seguire Exa International. E' stato il primo esperimento condotto dalla fiera di Brescia di internazionalizzazione di un marchio fieristico locale. Ne ho parlato sabato, domenicae lunedì, su Bresciaoggi. L'esperimento, migliorabile, da sviluppare molto, ha comunque avuto un buon riscontro di pubblico, in un paese in cui sono radicate la cultura della caccia e della natura (nonostante l'attrazione maggiore siano le cascate del Niagara... più che altro una sorta di Niagardaland non esattamente wild)




Tutto sommato esperimento riuscito. Con alcune riserve... che solo il lavoro futuro potrà togliere.



E' stato particolarmente interessante partecipare all'incontro con il console italiano Gianni Bardini (nella foto sotto tra Rebecchi, Bettoni e Massoletti), parlando di economia canadese, italiana e possibili relazioni. Un modello, il loro, assolutamente protezionistico. Dove il 50% di una merce deve essere di produzione canadese. Ma non per questo un modello chiuso. C'è una forma di socialdemocrazia conservativa, in Canada, che punta a garantire i cittadini. Lungi dall'essere liberisti i canadesi (che non ci hanno permesso di offrire bollicine franciacortine... ma si pentiranno) vivono in un'economia che difende il lavoro interno ed i livelli di benessere senza lasciarsi andare alle sirene del mercato.



Da una parte significa limitare l'accesso dei produttori. Dall'altra è un chiaro segnale: in Canada è possibile importare cultura, conoscenza, know how. Non prodotti finiti ma macchinari, processi, idee. Questi ultimi sono i benvenuti. E' il caso ad esempio di Italian Pasta, il più grande produttore del Paese, che stando a quanto riferitoci nell'ultimo anno avrebbe investito in 50 milioni di euro di macchinari. Torna, in questo modello, quanto sostiene l'Economist: "la perdita di certi posti di lavoro basati sul prodotto non è impoverimento ma evoluzione: da una economia a sfruttamento di mano d'opera ad economia della conoscenza". Un esempio, questo, declinabile in molti altri settori (un discorso, in realtà, che qui ho semplificato ma andrebbe di molto affinato).

Ho potuto poi apprezzare la comunità italo-canadese. Una realtà variegata, sospesa tra l'Italia sognata dalla generazione di Umberto Manca, personaggio televisivo della Chin (canale radio-tv italiano a Toronto: nelle due foto sotto alcuni momenti, con l'interessante parterre multietnico :) ) e l'Italia con cui relazionarsi proficuamente del concretissimo presidente della Camera di commercio italiana dell'Ontario, Corrado Paina, e di Pierluigi Roi, direttore di Omni Television, che ho potuto conoscere nella cena al Mistura-Sopra upper lounge (un ristorante italiano dalla cucina assolutamente riuscita, consigliato).




Nella Chin c'è un'Italia che non esiste più. Che all'italiano in visita appare come una buffa parodia dello "spaghetti, pizza e mandolino" di fantozziana memoria. Ma è evidente che la comunità italiana (400 mila persone secondo quanto ci è stato riferito) va ben oltre, è integrata, ha successo e sa relazionarsi con una società multietnica così lontana da quella del "fu" Belpaese.

Dalla prima italia, quella della Chin, tengo un insegnamento: "Il made in Italy non sarebbe nulla senza gli italiani all'estero". Al di là delle esagerazioni ("la Ferrari non la conosce nessuno...") penso che il concetto sia sostanzialmente giusto. E' fondamentale per gli italiani allargare la loro percezione del Paese comprendendo nel conto anche i connazionali emigrati. E' così per gli inglesi e francesi, che pensano con una radicata cultura coloniale. E' così in particolare per gli ebrei, i dispersi per antonomasia. Io credo che da un proficuo rapporto di interscambio economico e culturale (il console canadese insisteva molto su quest'ultimo) possono nascere grandi opportunità.

Non è un discorso fine a se stesso. Certo è che in un paese ancora profondamente familistico, anti-meritocratico, ideologicamente conservatore e fondamentalmente impaurito dal cambiamento come il nostro, sono tanti gli ostacoli da superare prima di capire le opportunità di certe prospettive.

Del Canada riporto soprattutto la cultura multietnica. Una multietnicità talmente radicata, effettiva che quasi non è percepita. Al punto che è difficile ricavare un modello di integrazione. Ciò che mi ha colpito è l'analisi del console Bardini. "Il Canada è un Paese integrato che incita i suoi cittadini a coltivare le proprie identità". (nella foto che segue io ritrovo la mia identità con un gruppo di inglesi nel calcio e nella birra)



In altre parole identità funzionale all'integrazione. "Ma tutto - conclude Bardini - è basato su un patto legale: non servono controlli, la polizia non perquisisce quasi mai, chi è qui sa che l'errore viene punito con puntualità e senza sconti". Integrazione - identità - legalità. A cui il direttore Paina aggiunge "Una lunga storia multiculturale". Un fattore, quello storico, da non trascurare. L'Italia da certe parole è molto più lontana delle 11 ore di viaggio e 6 ore di fuso orario che servono per raggiungere Toronto, da Malpensa, via Dusseldorf.

sabato 22 maggio 2010

Societing: la sociologia che si mangia il marketing

Grazie alla segnalazione di Giovanni Boccia Artieri sul suo blog sto iniziando ad approfondire la teorizzazione del societing di Giampaolo Fabris, professore dello Iulm e prima all'Università di Trento scomparso ieri.

Molto interessante l'esito: "Perché il marketing, nel suo percorso verso Damasco per approdare alla nuova epoca, non può che realizzare un proficuo incontro, non soltanto strumentale come è successo in passato, con la società. Instaurando con questa un rapporto che sia anche di servizio, rispettoso, tendenzialmente simmetrico. Non esistono ricette miracolose per fare evolvere il marketing verso il societing: bensì una profonda rivisitazione delle sue frontiere alla luce dei nuovi scenari di una società postmoderna e delle nuove responsabilità sociali da cui non può astenersi dal confrontarsi".

La prima impressione è questa: un'illuminante pensiero che attualizza ciò che potenzialmente molti consulenti strategici hanno già in testa dando una forma teorica assolutamente suggestiva.