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giovedì 22 marzo 2012

#Giornali e #socialnetwork. Il futuro che vedo. - #Italia #Usa #giornalismo #sn



Granieri evidenzia due dati che emergono dal rapporto sullo stato dell'informazione americana (che - non c'è bisogno di dirlo - in qualche misura anticipa le tendenze anche sull'Italia):

Un numero crescente di addetti ai lavori predice che entro 5 anni molti giornali offriranno una versione di carta solo la domenica».



Ma a dominare le headline che accompagnano l'uscita del rapporto è -soprattutto- la crescente importanza dei social media nel ciclo delle news.su Bookcafe: La sopravvivenza dei giornali.



Se il primo aspetto mi sembra piuttosto visionario e fondamentalmente immotivato (perché tenere il cartaceo se il business diventa altro?). Il secondo è decisamente più attuale e verificabile.

Il passaggio chiave secondo me sta in una nuova consapevolezza.

Il punto è che i social network hanno ormai attivato una enorme conversazione in cui le testate tradizionali perdono il monopolio precedente in cui erano loro a dettare tempi, trend e agenda delle stesse conversazioni. Spesso in maniera dispotica perché arbitraria rispetto agli indici di ascolto o di gradimento reali (in Italia ancora oggi paghiamo un forte gap tra le scelte dell'emittente e la misurazione reale ed affidabile dell'audience al seguito).

Ma la perdita del monopolio non è ancora perdita di autorevolezza. Questa al contrario può essere confermata ed addirittura aumentata nella misura in cui i media tradizionali (ovvero quelli nati prima della rete) sapranno inserendosi nella conversazione allargata con le proprie peculiarità deontologiche e professionali che in termini di autorevolezza non possono che rappresentare un valore.

giovedì 30 giugno 2011

Alla ricerca di una ecologica comunicazione d'impresa - #ecologia



In un vecchio post la definizione che stavo cercando da tempo per un approccio diverso alla produzione giornalistica (sia di redazione che di ufficio stampa).


L'ecologia della comunicazione d'impresa, l'insieme delle attività che si pongono come fine, il ripulire i processi di comunicazione, da tutti quei messaggi ridondanti, inutili o dannosi e che in genere non creano valore per tutti i destinatari.

vedi il blog Marketing usabile

giovedì 9 giugno 2011

Rio de Janeiro, città del contagioso spirito carioca - #viaggi #Brasile



Una città da vivere prima ancora che da vedere. Rio de Janeiro, capitale morale del Brasile, anche negli anni del boom economico che sta vivendo, mantiene intatto il suo fascino. Storia e tradizione, modernità da crescita accelerata, contraddizioni sociali e contagioso spirito carioca. Meta di mare o partenza naturale per un tour, fulcro di un Paese tanto immediato e spontaneo quanto misterioso e geloso delle proprie tradizioni.


continua qui

venerdì 29 aprile 2011

#Luzer - una botta di vita sul pacco della #cultura #underground a #Brescia



http://www.luzer.it/Culture_Pathos_Nulla.html

Ormai è diventato un appuntamento fisso quello con l'uscita del nuovo numero di Luzer, la rivista di "culture/pathos/nulla" coordinata da Elia Zupelli.

Il numero di questo mese (che come al solito potete trovare in giro se frequentate i posti giusti e solo se siete assaliti da una improvvisa botta di cul-t underground) - affidato alla regia grafica di ricCarlo De Stefani è particolarmente interessante.

Elia lo ha sottolineato (sulla pagina facebook) con un molto bresciano "stranculet graficità" e lo ha inquadrato con la sua solita genialità lessicale scritta (perchè Elia è uno che ha il dono di spiegarsi molto meglio scrivendo che raccontandotela): "culture/pathos/napalm/cool britannia quella dei sì lo voglio".

Il numero #19(14) (che non si capisce che numero è) titolato "the war issue" è una raccolta di immagini. Sarà che avevo detto a Elia di togliere alcuni barocchismi intellettuali al linguaggio usato. Sarà. Sta di fatto che lui ne ha tratto un suggerimento radicale ed ha messo in fila una serie di immagini.

Splatter. L'ha definito uno a cui l'ho fatto sfogliare. Ma non sono sicuro che sapesse il significato del termine. E forse ha confuso il rosso fragola di un'immagine (l'ultima) con il rosso sangue.

Sta di fatto che i ragazzi di Luzer hanno dato un altro saggio di vitamina mentale a tutti noi che frequentiamo i posti giusti (e che abbiamo la fortuna che i posti giusti a volte si divertono frequentando noi) con la loro consueta semplice complessità.

martedì 30 novembre 2010

"Apparato" iPhone4



"Per l'ottimizzazione delle attività istituzionali anche attraverso una migliore sincronizzazione dei dati è stata rappresentata l'esigenza di fornire al sindaco un apparato iPhone 4". La curiosa definizione di "apparato iPhone4" è stata partorita dall'ufficio di gabinetto del sindaco di Palermo, Diego Cammarata (e ripresa da Repubblica).

Al di là delle valutazioni politiche o amminstrative che si possono fare attorno alla vicenda ciò che mi fa più sorridere è il linguaggio. In quell'"apparato iPhone4" sembra nascondersi il tipico arrampicarsi sui vetri dello studente chiamato alla lavagna che non sa la lezione ed allora prova ad avvalorare la sua non preparazione con parole che possano suonare altisonanti, visto che i contenuti giocoforza rischiano di smascherarlo. Fuor di metafora: chiamarlo "apparato iPhone4" è il miglior modo per far capire che non si sa di cosa si sta parlando, tentando l'arrampicata verbale per giustificare qualcosa che si percepisce come non proprio correttissima (autonota: tenere indietro questo post per il prossimo seminario su comunicazione e rapporti con i media tradizionali).

Ora, io lo so che forse Palermo ha qualche problemino più stringente, tuttavia un corso di comunicazione aziendale, fossi in loro, non me lo farei mancare.

Wikileaks



Visto che ne parlate tutti: io concordo con quanto scrive Marcello Veneziani oggi su Il Giornale. Lo trovate alla voce "orologi fermi che battono l'ora giusta due volte al giorno".

Per questo trovo ancor più giusta la distinzione che fa Giovanni Boccia Artieri: Wikileaks non fa giornalismo.

mercoledì 10 novembre 2010

San Faustino by night

Per arrivare alla gru del metrobus dove da dieci giorni stanno asserragliati i clandestini bisogna prendere via San Faustino. Quella della fiera. Quella che un mio amico di destra diceva di non voler vedere nemmeno in cartolina perchè troppo straniera per uno come lui. Ed invece, in mezzo a loro, ci andò ad abitare.

Si fila dritti fino in fondo e sembra di stare alla notte bianca, c'è gente che si muove, che sta ferma e guarda il cordone di polizia. Sembra di stare alla notte bianca, come qualche settimana fa. Ma la notte è nera. Dopo gli scontri c'è ancora l'odore della paura nell'aria. Meno di quarantotto ore fa la polizia ha caricato, ha fatto arretrare il presidio. Perchè? Per cosa? Ora la gente sta cento metri indietro, ma continua a guardare naso all'insù quei sei disperati che minacciano di buttarsi se non avranno garantita l'incolumità. Un lavoro. Un foglio di carta che dice che esisti. Nemmeno loro sanno in che ordine stanno oggi il loro progetti.

Non c'è nessuna differenza tra quelli che stanno di là e di qua dal cordone. Recitano un ruolo, obbediscono agli ordini, stanno a teatro. E quando vanno allo scontro, armati o disarmati che siano: hanno paura. Sono uomini. Hanno potere. Vogliono potere. Sono donne. Vogliono potere sugli uomini. Avranno potere.

Viviamo in una città in guerra. C'è una pistola puntata che nessuno sembra vedere e forse non saranno loro a morire. Forse sarò io, perchè non si sa mai da che parte sta la vittima. Come Giuliani, come Raciti. Uno di qua e uno di là. Forse moriranno quelli che verranno dopo. Forse ci diranno che la guerra è risolta, ma continueremo a viverla mentre berrermo un caffè fianco a fianco con un uomo che non è nato a Brescia.

La democrazia non è una formuletta. E' una cosa che si sperimenta giorno per giorno. E noi viviamo la notte della nostra libertà. Glielo ha detto, il mio amico Enzo, che le cose stanno così. Che giù di là la vita è compromessa. Che quando tutto finirà l'odio continuerà a serpeggiare. Fino a quando non impareremo a guardare l'orizzonte oltre il dito.

mercoledì 20 ottobre 2010

L'uomo è un animale votato all'autodistruzione. Il giornalista di più.

Noi giornalisti spesso siamo solo dei politici mancati o dei servi riuscitissimi, misuriamo tutto con la politica e trattiamo la cronaca come se fossero dei giochi da circo da elargire alla moltitudine dei beoti: e poi ci stupiamo del turismo dell’orrore attorno al caso di Sarah Scazzi, e magari additiamo tutti quei mostri che la domenica si vestono da tronisti e se ne vanno ad Avetrana anziché al centro commerciale e magari ci portano pure la famiglia, i figli, i bambini di quattro anni (cit. Filippo Facci, 20 ottobre 2010)

Di chi è la colpa? Dei giornalisti innanzitutto, una categoria che in questi anni, complice la congiuntura, si sta costruendo un declino sicuro sul fronte della credibilità, della trasparenza, dell'indipendenza (un esempio: sapete su quali argomenti vertono maggiormente le sanzioni dell'ordine dei giornalisti? Sul rapporto non sempre trasparente tra giornalisti e pubblicità). Di avvocati Ghedini è pieno il mondo, magari non laureati in legge, ma semplicemente in scienze della comunicazione, che spesso è la scienza di fare lobbing attraverso i giornali. Basta poco, spesso solo un buon ufficio stampa ed il gioco e fatto. E da giornalisti possiamo solo rimproverare noi stessi per aver perso una bussola che ora è difficile da recuperare. Ci hanno vestito con delle casacche colorate e messo in squadra: a destra o a sinistra. Così è più facile, a torto o a ragione, bollarci come dei servi, minare il lavoro che molti continuano a fare con scrupolo. E spesso, è accaduto anche in questo caso, invece di difendere, a prescindere da come la si pensi, il lavoro d'inchiesta dei colleghi ecco la censura, l'insinuazione, l'accusa delle accuse: il falso moralismo. (cit. Marco Toresini, 18 ottobre 2010)

In questi anni "Bresciaoggi" ha difatti cambiato pelle e forse anche lettori. Dal rigorismo mai abbastanza rimpianto di Piero Agostini è passato ad una forma di sciatteria aggressiva - esiste, esiste: non è un contro senso -, alla confusione di linea e di campo, alla casualità che rifugge da ogni forma di programmazione, alla autonomia - quasi una forma di gestione autarchica - dei settori (cit. Giorgio Sbaraini, marzo 2000)

giovedì 14 ottobre 2010

Ciao Renato, peccato non averti conosciuto

Renato Rovetta è stato l'inventore di Bresciablob.com, semplicemente un blog, quando ancora i più non sapevano che si chiamava così. Oggi su quella pagina c'è un'indecifrabile serie di simboli cinesi. Ho capito solo che si parla di "macchinari" vari. C'è gente destinata ad anticipare i tempi in tutto e per tutto. Online, tuttavia, è stato conservato l'archivio.

Non l'ho mai conosciuto personalmente, solo qualche mail da curioso del web. Gli offrii di curare io i contenuti delle sue pagine e lui cortesemente mi rispose che preferiva avere il controllo su quello che faceva senza complicazioni tecniche. In realtà lui aveva semplificato di molto, capendo che il web è contenuto più che forma: copincollava in una pagina di html puro i testi e poi faceva upload in ftp. Io usavo la piattaforma di splinder.com per fare un blog calcistico, avevo visto quello che scriveva lui, lo ammiravo, ma temevo che tante cose finissero disperse.

Era un periodo diverso, di cambiamenti. Io ero tra quelli che divoravano gli aggiornamenti, apprezzando lo stile aperto, molto poco bresciano. Alcuni approfittarono dell'anonimato che lui offriva e vennero inventate le talpe delle redazioni. Le stesse talpe anni dopo, in era Facebook, imborghesite ed esigenti vorrebbero imporre nome e cognome contro chi li nomina, salvo poi scoprire - più frustrati di prima - che su alcuni non hai potere di vita o di morte professionale (oppure ne hai già abusato).

Di Renato Rovetta in tanti possono ricordare gli scritti del secolo scorso. Io l'ho apprezzato solo come web writer e per me rimarrà sempre colui che ha portato non tanto i blog quanto la mentalità-blog a Brescia. Ovvero il giornalismo critico sul web. Non quell'accozzaglia di brevine che fanno altri, ma l'approfondimento, la dimostrazione che l'innovazione la fai se hai testa, non testata. La città ha capito benissimo, per questo non c'è più stato un altro bresciablob.com, anche se qualcuno - se solo fosse un po' meno cazzaro - potrebbe esserne potenziale erede.

Ecco come lo hanno ricordato oggi Marco Toresini, sul suo blog e Nino Dolfo su Bresciaoggi.

E qui un dicono di lui.

lunedì 20 settembre 2010

Quotidiani e iPad, esordio mediocre



I voti di Wired ai quotidiani italiani non risparmiano bocciature. La Stampa in pole position, Bresciaoggi rimandato a "dopo" settembre (la formula è ancora in fase sperimentale gratuita).

giovedì 2 settembre 2010

L'infiltrazione



Ci sono infiltrazioni e infiltrazioni. L'ultima di cui mi ero occupato con curiosità era quella di una ragazza che alle tre di notte invitò tre miei amici da lei per vedere bene quelle di casa sua. Quel giorno capii che è nelle serate più divertenti che decidi di andare a letto presto.

L'altra infiltrazione curiosa è quella di Sara Grattoggi, la giornalista freelance che nei giorni scorsi è riuscita ad infiltrarsi alla lezione di Mu'ammar Gheddafi tra le hostess (pagate 100 euro lordi per il disturbo) e raccontare la lezione del Colonnello. Io Sara la ricordo a Bresciaoggi e mi è un po' dispiaciuto (nel pezzo si vede) l'averla contattata per questa bravata anzichè per farmi raccontare di tutte le testimonianze e i dati che ha raccolto negli ultimi mesi per raccontare i disastri di Mary Star Gelmini sulla Scuola italiana, dalle collette studentesche nei licei ai genitori che fanno le pulizie.

Ma che volete, ci vogliono così, noi ggiovani: fantasiosi, sognatori, spericolati e precari. Che aiuta a rispondere con riverenza.

Rosy Bindi: “Umiliata la dignità delle donne italiane”. In effetti settanta euro è un prezzo da nigeriane. (spinoza.it)

mercoledì 1 settembre 2010

Ne parlano su Facebook



C'è una metodologia, parecchio in voga in diverse testate (soprattutto locali), che a mio modo di vedere sottolinea in maniera evidente la crisi, o quanto meno il disorientamento, dei giornali (locali e non) nel leggere la realtà. Sono gli articoli in cui per sottolineare la rilevanza di un determinato fatto si dice compiaciuti che "ne sta parlando anche facebook".

Nessuno ne è esente. Il giochino è semplice, inventare in maniera arbitraria una notizia solo perchè su un social network c'è un gruppo di persone che sta parlando di qualcosa. Un atteggiamento che è valido anche per i video di Youtube. Il fenomeno sta raggiungendo tali dimensioni che Il Giornale ha ben pensato di inventarsi di sana pianta un tormentone Youtube su Gianfranco Fini (segnalato da Il Nichilista).

In realtà non esistono punti di riferimento per capire quanto una causa sociale sia più o meno sentita dalla gente in base al numero di amici/interazioni. Ma se qualcuno ne conosce mi piacerebbe avere una segnalazione.

Per ora l'esperienza più interessante rimane a mio modo di vedere quella di baroncelli.eu sui politici italiani su Facebook che sembra stilare una sorta di indice di gradimento-appeal-visibilità dei maggiori esponenti politici e da cui ad esempio scopriamo che il premier Silvio Berlusconi sta perdendo un fan ogni 57 minuti, quasi 800 in meno nell'ultimo mese... Da lì anche io avevo tratto spunto per una classifica sull'attivismo degli esponenti bresciani sul social network.

venerdì 18 giugno 2010

La lezione canadese

E' stato davvero interessante ed istruttivo passare, in pochi giorni, da una tour di una settimana in Marocco ad una esperienza di lavoro in Canada. Da un Paese che in qualche modo guardiamo dall'alto in basso ad un altro che spiamo di traverso, quando nutriamo il sogno americano, nei confronti del quale non possiamo nutrire complessi di superiorità.



Dal deserto ai palazzi di Toronto, per seguire Exa International. E' stato il primo esperimento condotto dalla fiera di Brescia di internazionalizzazione di un marchio fieristico locale. Ne ho parlato sabato, domenicae lunedì, su Bresciaoggi. L'esperimento, migliorabile, da sviluppare molto, ha comunque avuto un buon riscontro di pubblico, in un paese in cui sono radicate la cultura della caccia e della natura (nonostante l'attrazione maggiore siano le cascate del Niagara... più che altro una sorta di Niagardaland non esattamente wild)




Tutto sommato esperimento riuscito. Con alcune riserve... che solo il lavoro futuro potrà togliere.



E' stato particolarmente interessante partecipare all'incontro con il console italiano Gianni Bardini (nella foto sotto tra Rebecchi, Bettoni e Massoletti), parlando di economia canadese, italiana e possibili relazioni. Un modello, il loro, assolutamente protezionistico. Dove il 50% di una merce deve essere di produzione canadese. Ma non per questo un modello chiuso. C'è una forma di socialdemocrazia conservativa, in Canada, che punta a garantire i cittadini. Lungi dall'essere liberisti i canadesi (che non ci hanno permesso di offrire bollicine franciacortine... ma si pentiranno) vivono in un'economia che difende il lavoro interno ed i livelli di benessere senza lasciarsi andare alle sirene del mercato.



Da una parte significa limitare l'accesso dei produttori. Dall'altra è un chiaro segnale: in Canada è possibile importare cultura, conoscenza, know how. Non prodotti finiti ma macchinari, processi, idee. Questi ultimi sono i benvenuti. E' il caso ad esempio di Italian Pasta, il più grande produttore del Paese, che stando a quanto riferitoci nell'ultimo anno avrebbe investito in 50 milioni di euro di macchinari. Torna, in questo modello, quanto sostiene l'Economist: "la perdita di certi posti di lavoro basati sul prodotto non è impoverimento ma evoluzione: da una economia a sfruttamento di mano d'opera ad economia della conoscenza". Un esempio, questo, declinabile in molti altri settori (un discorso, in realtà, che qui ho semplificato ma andrebbe di molto affinato).

Ho potuto poi apprezzare la comunità italo-canadese. Una realtà variegata, sospesa tra l'Italia sognata dalla generazione di Umberto Manca, personaggio televisivo della Chin (canale radio-tv italiano a Toronto: nelle due foto sotto alcuni momenti, con l'interessante parterre multietnico :) ) e l'Italia con cui relazionarsi proficuamente del concretissimo presidente della Camera di commercio italiana dell'Ontario, Corrado Paina, e di Pierluigi Roi, direttore di Omni Television, che ho potuto conoscere nella cena al Mistura-Sopra upper lounge (un ristorante italiano dalla cucina assolutamente riuscita, consigliato).




Nella Chin c'è un'Italia che non esiste più. Che all'italiano in visita appare come una buffa parodia dello "spaghetti, pizza e mandolino" di fantozziana memoria. Ma è evidente che la comunità italiana (400 mila persone secondo quanto ci è stato riferito) va ben oltre, è integrata, ha successo e sa relazionarsi con una società multietnica così lontana da quella del "fu" Belpaese.

Dalla prima italia, quella della Chin, tengo un insegnamento: "Il made in Italy non sarebbe nulla senza gli italiani all'estero". Al di là delle esagerazioni ("la Ferrari non la conosce nessuno...") penso che il concetto sia sostanzialmente giusto. E' fondamentale per gli italiani allargare la loro percezione del Paese comprendendo nel conto anche i connazionali emigrati. E' così per gli inglesi e francesi, che pensano con una radicata cultura coloniale. E' così in particolare per gli ebrei, i dispersi per antonomasia. Io credo che da un proficuo rapporto di interscambio economico e culturale (il console canadese insisteva molto su quest'ultimo) possono nascere grandi opportunità.

Non è un discorso fine a se stesso. Certo è che in un paese ancora profondamente familistico, anti-meritocratico, ideologicamente conservatore e fondamentalmente impaurito dal cambiamento come il nostro, sono tanti gli ostacoli da superare prima di capire le opportunità di certe prospettive.

Del Canada riporto soprattutto la cultura multietnica. Una multietnicità talmente radicata, effettiva che quasi non è percepita. Al punto che è difficile ricavare un modello di integrazione. Ciò che mi ha colpito è l'analisi del console Bardini. "Il Canada è un Paese integrato che incita i suoi cittadini a coltivare le proprie identità". (nella foto che segue io ritrovo la mia identità con un gruppo di inglesi nel calcio e nella birra)



In altre parole identità funzionale all'integrazione. "Ma tutto - conclude Bardini - è basato su un patto legale: non servono controlli, la polizia non perquisisce quasi mai, chi è qui sa che l'errore viene punito con puntualità e senza sconti". Integrazione - identità - legalità. A cui il direttore Paina aggiunge "Una lunga storia multiculturale". Un fattore, quello storico, da non trascurare. L'Italia da certe parole è molto più lontana delle 11 ore di viaggio e 6 ore di fuso orario che servono per raggiungere Toronto, da Malpensa, via Dusseldorf.

sabato 29 maggio 2010

L'iPad e i giornalisti, storia di un amore possibile (in 3 atti)

Ho buttato qui un po' di appunti sparsi, scritti di getto, magari anche con qualche errore, ma questo post va preso con il beneficio di inventario degli appunti scritti di corsa.



Da poco più di 24 ore sto studiando l'ipad. L'oggetto di culto del momento. Ci sono almeno tre passaggi che mi fanno pensare che dal successo di questo nuovo strumento passino nuove opportunità per il giornalismo e il ruolo dei giornalisti. Tutto starà nel saper capire questo strumento, scommettendo sul proprio futuro come redazioni.

Quando Luca De Biase venne a parlare alla redazione di Bresciaoggi in occasione del lancio del sito internet disse una cosa, più di tutte, significativa: "Non percepitevi più come redazione del giornale, ma come squadra che produce notizie, e che potenzialmente lo può fare su più piattaforme, sposando la crossmedialità".

La sfida a mio modo di vedere rimane questa. Anche perchè dietro all'idea del lavorare per produrre un giornale ci sta un'idea industriale, che svuota un po' il ruolo intellettuale del giornalista. Dietro, invece, all'impostazione della redazione come "squadra che produce notizie" sta una sfida culturale, ben più gratificante. Non è una differenza da poco.

In tutto questo l'iPad si inserisce ridando dignità al ruolo storico del giornale, pur adattandolo ad una nuova tecnologia. Parlo in particolare del primo programma che ha attratto la mia attenzione: Press Reader. Un sistema di download dei quotidiani in formato digitale. Non sono ancora all'entusiasmo che venne espresso da La Stampa qualche mese fa: l'iPad non salverà il giornalismo, gli strumenti sono neutri, saranno gli uomini, i giornalisti, a dover capire il loro ruolo sociale nel futuro per salvarsi o eventualmente decretare la propria fine. Ma intanto iPad fa emergere almeno tre elementi interessanti da non trascurare. La lettura va fatta rispetto a cosa è stata la lettura dei giornali prima di Internet ed a cosa è diventato oggi il modo di informarsi dopo l'avvento della rete (ovvero dal cartaceo, dal prodotto finito, al sito, al prodotto in divenire, che quindi rimane un eterno work in progress).

Personalmente non trascurerei:

La fisicità del nuovo strumento. C'è un ritorno al passato nel senso che le mani hanno un rapporto diretto con lo schermo-pagina e interagiscono senza la mediazione di mouse o altro. Non è un particolare da poco, anche se in senso digitale senti "tuo" il contenuto di cui stai fruendo. Che sia un giornale, un libro o altro, è un tuo movimento a dettare i ritmi. In pratica: se leggere un giornale sul pdf scaricato su un normale computer è più simile alla lettura di un sito internet, farlo leggendo un pdf su iPad somiglia molto di più, fisicamente, alla lettura di un libro o di un giornale. Ho rivalutato, in questo senso, sia la videolettura che ho sempre trovato fisicamente scostante, sia la possibilità di scaricare un quotidiano anzichè comprarlo (ci hanno provato il gruppo epolis e Il Fatto quotidiano). Una ipotesi, quest'ultima, che mi ha sempre dato l'impressione di svilire il contenuto del giornale togliendogli la propria fisicità cartacea. La propria impugnabilità, e direi anche la propria esclusività nel momento in cui il fruitore sceglie di mettersi alla lettura (indubbiamente, del resto, il monitor del computer è estremamente più "distraente" del divano di casa vostra). Aggiungo, da possessore di iPhone, che l'accresciuta fisicità del nuovo strumento rispetto al melafonino è determinante in questo nuovo modo di interfacciarsi con lo strumento.

L'ampiezza di informazione possibile. Leggere il quotidiano in download significa leggere il quotidiano, leggere il sito web è un'altra cosa. Superato un iniziale gap tecnologico (che personalmente non ho percepito come determinante per un eventuale insuccesso) la fruizione è diretta ed immediata, con alcune possibilità tecnologiche in più (link, ricerche, sottolineature, vocabolari). Il giornale torna ad essere giornale, non deve radicalmente reinventarsi come successo nel pensare i siti web. Ma il suo essere digitale aumenta le possibilità (penso ad esempio alla ricerca per parole chiave possibile con ibooks all'interno di un ebook scaricato). Tutt'al più è immaginabile una necessità di riformare gli attuali modelli grafici in vista di un nuovo modello distributivo (il download che in tutto o in parte potrebbe soppiantare l'edicola).

Una parte della professionalità storica del giornalista viene rivalutata. Ovvero, torna ad avere la sua dignitosa importanza la capacità di avere uno sguardo globale sulla realtà e sui fenomeni, con il ritorno della pagina e del prodotto giornale. Mentre sul web l'informazione flusso, tipica più delle agenzie che delle testate del giornalismo cartaceo, annullava la visione d'insieme (per sua natura più ragionata, storicizzata, globale) privilegiando immediatezza, tempestività, tempismo della notizia (elementi che causavano una perdita della visione d'insieme per dare maggiore dignità al fattore tempo in divenire) ora vi è un ritorno alla pagina che diviene più importante dell'articolo, all'impostazione grafica che non è più un elemento interno (o tutt'al più un elemento minimo di richiamo nella gerarchia dell'home page) ma un aspetto che forma la prima percezione del lettore nel colpo d'occhio sulla pagina. Tutti aspetti che il web ha fatto finire in secondo piano ma che il sistema di videolettura del pdf scaricato riporta all'originale importanza.
In questo senso, dico, c'è una rivalutazione professionale: se per fare un sito web bastava un buon reporter in grado di cinguettare periodicamente aggiornamenti alle notizie, ora servirà molto di più un giornalista in grado di creare un prodotto d'impatto con una visione d'insieme importante.

venerdì 28 maggio 2010

Rivoluzione iPad? Ecco Press Reader

Una completa recensione di Press Reader programma per iPad che permette di scaricare i quotidiani. Una copia a 0,79 centesimi e due formule di abbonamento: 31 copie a propria scelta a 8 euro, abbonamento mensile illimitato a 24 euro. Sarà questo il futuro dei quotidiani?






venerdì 21 maggio 2010

Corso rapido per addetti stampa (lesson one)



Anche se da addetto stampa scrivi i comunicati e non scrivi sul giornale, leggere ogni tanto un quotidiano ti può servire. E ti evita di fare domande del cazzo tipo: "pensate di pubblicarlo?" quando il pezzo è già sul giornale di oggi.

martedì 18 maggio 2010

Switch off, il duetto tra me e Benci sulla televsione

Oggi su Bresciaoggi botta e risposta tra me e Marco Bencivenga (caposrevizio della cronaca) a proposito dello switch off. Lui fa la parte del filo-tv, io, fortunatamente, ho smesso con i cartoni animati anni fa (e lo avevo già scritto su questo blog, prendendomi anche qualche critica) :) .
Il tutto condito dal lungo pezzo del nostro uomo tecnologia Daniele Bonetti a proposito della migrazione di Fede e Santoro e da una lunga sequela di istruzioni per l'uso.

Mi permetto qui anche di aggiungere la citazione di Jean Luc Stote (Radio Onda d'Urto): "Uscite di casa la sera se non volete morire idioti".







IO E LA TV

«Inutile, il web l’ha superata e sostituita»
Giovanni Armanini

Il mio switch off sarà totale. La mia tv resterà muta, collegata solo al lettore dvd per vedere i film. Ci pensavo da un po’: raramente la accendo (l’iPod e la radio la anticipano), di fatto le mie abitudini l’hanno
soppiantata con altro, come è successo ad altri coetanei: da chi non l’ha nemmeno inclusa nella lista nozze a chi non l’ha considerata arredando la casa.
All’informazione sopperiscono internet e i giornali che, navigando e sfogliando, mi permettono di seguire più attentamente la notizia. Con la tv mi distraggo facilmente, non potendo interagire o fare «rewind». La tv non
va alla mia velocità e, quindi, non mi permette di capire, ma solo di sentire. Il mio risveglio mattutino è scandito dalla musica dell’iPod, da caffè e brioche, e dal giro tra i servizi giornalistici di Facebook e Twitter, dei blog e dei feed che seguo su Netvibes.
L’unico intrattenimento che ancora mi appassiona sono le partite di calcio in tv. Ma per quello c’è sempre una birreria pronta a ospitarmi con un gruppo di amici evitandomi oltretutto di disturbare i vicini. E le serate?
Quelle calde dell’estate sono troppo poche, corte e divertenti per passarle in casa. Quelle dei periodi freddi mi permettono di arricchire la mia libreria, che tengo aggiornata attraverso anobii.com.


«Ecco perchè appena sveglio la accendo»
Marco Bencivenga


Lo «switch off» per il digitale è un fastidio che avrei evitato volentieri. E rischia di far crollare la mensola che, sotto il video al plasma, già regge il peso del decoder Sky Hd (per le immagini ad alta definizione: una meraviglia!), il trasmettitore di segnale per le tv in cucina e in salotto, il lettore dvd e perfino il videoregistratore Vhs che non mi rassegno a pensionare.
Tenere il passo della tecnologia costa fatica, oltre a bel un po’ di euro. Ma come rinunciare alla tv, a tutta la tv? Io non ci riesco. Sarà deformazione professionale, ma la prima cosa che faccio appena sveglio, ogni mattina, è proprio accendere la «scatola magica»: telegiornali, televideo, rassegna stampa con il touch screen, perfino le previsioni del tempo... E’ il mio modo per connettermi con il mondo e per iniziare la giornata
informato. Se Silvia dorme, guardo soltanto, senza audio. Ma è sufficiente. Mi basta per sapere se da qualche parte è caduto un aereo o se un ministro si è dimesso, se il Governo ha istituito una nuova tassa o i sindacati hanno proclamato un improvviso sciopero dei trasporti. Notizie «essenziali» per non vivere fuori dal mondo. Certo, qualcosa si trova anche sull’Iphone, il telefonino che fa tutto, meno il caffè. Ma se ci sono giornali e tv, perchè accontentarsi del surrogato?

sabato 15 maggio 2010

Giornalismi

Andare a una conferenza stampa è giornalismo. Ascoltare è di destra, fare una domanda è di sinistra.

venerdì 9 aprile 2010

Benvenuta, Huffington



Apprendo con piacere dal blog di Mantellini che Arianna Huffington, la promotrice del blog statunitense considerato "il più influente del mondo", ha lanciato il nuovo servizio di Twitter: una selezione di contenuti pensati per le audience locali e centrata sul real-time. Praticamente quello che personalmente, attraverso i contenuti di bresciaoggi.it faccio da qualche mese.

Insomma, nulla di nuovo sotto il cielo del web 2.0.

sabato 3 aprile 2010

Addio Maurizio



Se ne è andato Maurizio Mosca. Aveva poco meno di 70 anni (nato il 24 giugno 1940). Da un po' il suo volto un tempo rubicondo lasciava trasparire chiaramente i segni della sofferenza.

Mosca è il giornalista che leggevo, quando dirigeva Supergol, negli anni delle scuole elementari e medie.
Non posso non ricordarlo come esponente di un giornalismo nuovo, spettacolaristico e un po' mascherato (celebre la sua toga all'Appello), caciarone e sensazionalistico, ad uso e consumo delle nuove emittenti emergenti. Una pietra miliare resterà sempre il suo Calciomania, su Italia Uno, trasmesso a cavallo dell'anno mondiale 1990.

Lo considero personaggio più che giornalista, esponente di rilievo della decadenza di una nobile professione come quella del commentatore sportivo, che negli anni si è trasformata da asettica presenza descrittiva a crescente figura da primadonna, al punto da rendere una notizia tale "perchè l'ha detta Tizio" e non per la sua reale portata.

Pensando a cosa hanno poi generato le tv locali il rimpianto c'è, ed è grande, per un intrattenitore calcistico delle mie giornate infantil-adolescenziali, quando quel suo calcio prendeva progressivamente il posto di Bim Bum Bam.

Ciao Maurizio