giovedì 18 marzo 2010

Mine vaganti anestetizzate



Ferzan Ozpetek è un turco arrivato in Italia nel 1976 che conosce l'Italia meglio di un italiano. Lo so, ho detto una banalità provincialotta.

Ora provo a rifarmi. Ho appena visto Mine vaganti al cinema e mi è piaciuto. Le mine a volte esplodono, a volte si annullano, alla fine hanno un vago sapore anestetico da lacrima rimasta dentro gli occhi.

E' una pellicola di omosessualità repressa, di amori impossibili, di tradimenti carnali nascosti e giustificati e di tradimenti subiti silenziosamente. E' un film di liberazione sognata ma incompleta, che genera sogni immaturi senza speranza. E' al contempo, denuncia di un fallimento e mancanza di un progetto.

Nella malinconica decadenza dell'insieme Ozpetek riesce anche ad essere brillante. Riesce, volutamente, a inserire una sensualità strisciante e un amore debordante ma mai troppo fisico. Il film trasuda sessualità in eruzione che non si lascia mai liberare.

E' profondamente italiano, metafora di costumi resistenti, che ancora non riusciamo a lasciarci del tutto alle spalle, pur toccandone con mano in ogni momento il fallimento.





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