Noi giornalisti spesso siamo solo dei politici mancati o dei servi riuscitissimi, misuriamo tutto con la politica e trattiamo la cronaca come se fossero dei giochi da circo da elargire alla moltitudine dei beoti: e poi ci stupiamo del turismo dell’orrore attorno al caso di Sarah Scazzi, e magari additiamo tutti quei mostri che la domenica si vestono da tronisti e se ne vanno ad Avetrana anziché al centro commerciale e magari ci portano pure la famiglia, i figli, i bambini di quattro anni (cit. Filippo Facci, 20 ottobre 2010)
Di chi è la colpa? Dei giornalisti innanzitutto, una categoria che in questi anni, complice la congiuntura, si sta costruendo un declino sicuro sul fronte della credibilità, della trasparenza, dell'indipendenza (un esempio: sapete su quali argomenti vertono maggiormente le sanzioni dell'ordine dei giornalisti? Sul rapporto non sempre trasparente tra giornalisti e pubblicità). Di avvocati Ghedini è pieno il mondo, magari non laureati in legge, ma semplicemente in scienze della comunicazione, che spesso è la scienza di fare lobbing attraverso i giornali. Basta poco, spesso solo un buon ufficio stampa ed il gioco e fatto. E da giornalisti possiamo solo rimproverare noi stessi per aver perso una bussola che ora è difficile da recuperare. Ci hanno vestito con delle casacche colorate e messo in squadra: a destra o a sinistra. Così è più facile, a torto o a ragione, bollarci come dei servi, minare il lavoro che molti continuano a fare con scrupolo. E spesso, è accaduto anche in questo caso, invece di difendere, a prescindere da come la si pensi, il lavoro d'inchiesta dei colleghi ecco la censura, l'insinuazione, l'accusa delle accuse: il falso moralismo. (cit. Marco Toresini, 18 ottobre 2010)
In questi anni "Bresciaoggi" ha difatti cambiato pelle e forse anche lettori. Dal rigorismo mai abbastanza rimpianto di Piero Agostini è passato ad una forma di sciatteria aggressiva - esiste, esiste: non è un contro senso -, alla confusione di linea e di campo, alla casualità che rifugge da ogni forma di programmazione, alla autonomia - quasi una forma di gestione autarchica - dei settori (cit. Giorgio Sbaraini, marzo 2000)
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