venerdì 14 gennaio 2011

Diario sindacale bresciano: 2010 esplosione della cassa integrazione straordinaria. Intesa alla Metrocast, protesta alla Nord Cave.

Da oggi su questo blog tutti i principali fatti economico sindacali della provincia di Brescia con il "Diario sindacale bresciano".

Innanzitutto una segnalazione da giornaledibrescia.it: una interessante analisi di Guido Lombardi che bene evidenzia il trend di crescita dell'utilizzo degli ammortizzatori sociali e chiude con una domanda: fino a quando il sistema potrà sostenersi in questo modo?

Confrontando i dati, si scopre che nel 2010 si è quasi dimezzata la richiesta di cassa ordinaria (si è passati da 36,5 a 19,5 milioni di ore), mentre è esplosa la domanda di cig straordinaria (da 6,5 a 25,8 milioni di ore), così come è raddoppiata l'autorizzazione della cig in deroga (da 7,3 a 14,8 milioni di ore). Questo significa che numerose imprese hanno fatto ricorso alla cigs per evitare di ridurre il personale, pur in una fase di riorganizzazione. Non solo: è anche aumentato il numero di aziende che, cessando l'attività, hanno chiesto la straordinaria.


I fatti del giorno da bresciaoggi.it

Un anno di contratto di solidarietà a partire dal 17 gennaio prossimo: è quanto prevede l'accordo, raggiunto da Rsu, Fim, Fiom e Metrocast Italiana spa di Gardone Valtrompia, azienda attiva nel settore delle fusioni di precisione a cera persa. L'intesa, come spiega una nota della Fiom (che esprime soddisfazione per il il risultato a salvaguardia dell'occupazione e delle professionalità), è stata illustrata in assemblea. Consentirà di gestire un eccesso di forza lavoro quantificata in 16 su 47 addetti. Le parti hanno concordato gli anticipi alle normali scadenze di paga del trattamento economico a carico dell'Inps e il riconoscimento, fino al 100%, della tredicesima mensilità. Prevista una riduzione massima di orario del 46%, sia in orizzontale che in verticale, coinvolti 38 lavoratori.

A CAZZAGO San Martino i 18 dipendenti della Nord Cave (già in Cig) e i sindacati sono pronti alla mobilitazione in assenza di risposte dall'azienda (con socio unico lussemburghese) in merito al pagamento delle spettanze arretrate, che variano da un minimo di 5 a un massimo di sette mensilità. L'assemblea di ieri ha deciso, se non ci saranno novità a breve, di adire le vie legali (non viene esclusa l'ipotesi dell'istanza di fallimento) e una manifestazione di protesta, martedì prossimo, davanti alla cava «Macogna» a Cazzago. A Calvisano, invece, nelle elezioni per il rinnovo delle Rsu alla Ride srl (motori e automazione, 48 dipendenti) la Fim di Brescia ha ottenuto 25 voti eleggendo due delegati, mentre alla Fiom sono andati 12 consensi e un delegato. Soddisfatti i meccanici della Cisl «in quanto prima non eravamo rappresentanti all'interno della fabbrica».

lunedì 10 gennaio 2011

L'Italia migliore di Vendola



Riporto qui in due video l'intervista di ieri sera di Nichi Vendola ospite di Fabio Fazio.

Ciò che mi piace di Vendola è il coraggio nell'andare alla radice del fare politica. Non si limita a fare calcoli di convenienza, soprattutto quando afferma che è "preferibile perdere bene piuttosto che vincere male".

Vendola sostanzialmente chiede ad ogni singolo italiano di smettere di pensare che si sia arrivati al punto dove nulla cambierà mai. Chiede alla politica stessa di smettere di ragionare come se i voti fossero di proprietà di qualcuno. Perchè crede ancora che sia possibile recuperare per la politica la sua radice profonda che è fatta di competenza, idee e cambiamento possibile. E lo si può capire solo USCENDO dai paradigmi di questi anni, assumento un nuovo e diverso metodo.

Permettetemi la metafora calcistica: Vendola è lo zemaniano che forse non vincerà mai il campionato, ma che risulterà vincente quando riuscirà ad inculcare alcuni suoi concetti nella metodologia politica corrente. Perchè si può essere vincenti anche seminando piccoli pezzi di sè senza risultare mai egemoni. Ma l'augurio è ovviamente un altro.

Due le risposte interessanti: nella prima non è molto efficace. Fazio gli chiede cosa farebbe lui in alternativa a Mirafiori, e Vendola entra in un discorso radicale sulle fabbriche che pensano il futuro. In maniera più lineare, ma allineata a quello che Vendola prova a dire, l'economista Deaglio dice sostanzialmente le stesse cose. Lo sentii in un convegno organizzato dall'Associazione industriale bresciana (che è pur sempre Confindustria, non l'internazionale socialista...) affermare:

Un esempio di questa «innovazione spinta»? «La Piaggio quando capì che non aveva futuro con gli aerei inventò la Vespa, e così cambiarono le abitudini degli italiani. E in questo momento gli indiani hanno preso questa direzione: immaginano auto a 5 mila euro e case a 7 mila, sono visionari ma anche realisti» sintetizza Deaglio, che in altre parole chiede di cambiare i paradigmi, immaginare scenari futuri, «fare altro» confrontandosi con il mercato reale.


non trovo quindi sconvolgente che un politico (finalmente) richiami la Fiat al suo vero ruolo sociale chiedendole di ragionare sulla mobilità futura, sugli orizzonti ambientali e dei trasporti, intravedendo lì la chiave per dare un futuro alla grande azienda. (purtroppo Fazio lo ferma sul più bello per motivi di tempi televisivi, ma questa mi pare la sostanza.

Sul secondo passaggio interessante Vendola è più efficace. Domanda: "Si alleerebbe con l'Udc?". Risposta secca: "Discutiamo del sesso degli angeli. Io non ho problemi, penso ad una coalizione riformatrice ma voglio sapere cosa pensano i miei alleati della scuola e dell'università, perchè se votano la controriforma Gelmini come fanno a essere miei alleati?". Finalmente un politico che vuol parlare di temi politici e non di alchimie e alleanze.

"Non abbiamo bisogno di soluzioni pasticciate ed emergenziali ma di fare politica e di mettere in campo un grande disegno di cambiamento della società italiana".


Infine sulle primarie:

"Sono il contrario del leaderismo" "se la coalizione è questa specie di alchimia che bisogna inventarsi al chiuso in un laboratorio di qualche scienziato della politica io penso che non sarà mai attrattiva"












sabato 8 gennaio 2011

Pensioni, se non ci fossero gli stranieri sarebbe default

Non si tratta di "santificare" come qualcuno ha voluto commentare, ma di riconoscere il ruolo degli stranieri nella società italiana del 2010. Perchè la società è un "sistema", è connessione necessaria, non una somma di isole.

Mentre i ricercatori bresciani giovani fanno fortuna all'estero Brescia fa i conti con una società che invecchia in cui i flussi demografici ed economici evidenziano una scomoda realtà. Facendo due calcoli, infatti, emerge che dal punto di vista statistico la pensione nei prossimi anni ce la pagheranno in gran parte gli immigrati attivi e i loro figli, in quanto mediamente più giovani dei bresciani. Una realtà nazionale che la città - in una simulazione statistica - conferma. Basta incrociare i dati demografici del Comune di Brescia, con quelli del rapporto Ismu 2009 (la fondazione milanese di studi sulla multietnicità).


continua a leggere su Bresciaoggi.it.

Per approfondimenti è possibile anche consultare il pdf prodotto da Pippo Civati Mandiamoli a casa, i luoghi comuni su razzismo e pregiudizi.

mercoledì 5 gennaio 2011

Anno zero: crisi e fallimenti. L'altra faccia della ripresina.



Quella che in tanti si sono affrettati a chiamare "ripresina" a Brescia ha generato 313 fallimenti nell'arco del 2010. Aggiungiamoci pure (notizia sempre di ieri, da Bresciaoggi) che continuano a crescere gli sfratti ed avremo un quadro sufficientemente sconfortante.

Forse chi ha parlato anzitempo di ripresina non ha capito nulla, o era in malafede, oppure non ci ha detto tutta la verità, illudendo la gente con lo slogan beneaugurante della ripresa, che nella percezione comune è potere d'acquisto, occupazione, benessere diffuso, ma che nel linguaggio degli economisti si riduce a dato di fatto sui + e i - della produzione economica, che da solo tuttavia non garantisce nulla a nessuno.

Non sono tra quelli che considerano i fallimenti un male a priori, se non per le ricadute occupazionali sempre drammatiche. Ma nella sua declinazione italiana il fallimento vissuto come condanna imprenditoriale rischia ulteriormente di portarci all'immobilismo, alla sfiducia, all'incapacità di credere in nuove scommesse. Come il calciatore che dopo un grave infortunio non rientri psicologicamente in sè limitandosi a giocare tirando indietro il piede.

Il dato, 313 fallimenti, va contestualizzato. Si tratta del secondo più pesante negli ultimi 10 anni dopo i 329 del 2005. Non stupisce un po' anche questo? Non era questa la peggior crisi vissuta dal nostro sistema? Non si era detto che così male non si era mai stati? Cosa si è tenuto nascosto del passato? Qualcosa che non torna: c'è stato un momento in cui numericamente le aziende bresciane "morivano" con più facilità. Non un momento lontano, ma talmente vicino da farci pensare che quel virus forse sia ancora alla base dei problemi odierni.

Parlando di radici della crisi nei giorni scorsi avevo fatto notare come Brescia

negli ultimi 8 anni ne ha avuti 6 in cui ha dovuto registrare un segno meno alla voce produzione


dati che confermano l'evidenza: la crisi che stiamo vivendo non è (non solo) quella di Lehmann Brothers del 16 settembre 2008 ma è (soprattutto) il profondo travaglio di un sistema produttivo che fatica a stare sul mercato, che ha resistito corrodendo i margini, che è arrivato al collasso dei fatturati evidenziato dai bilanci 2009, che nonostante l'inversione di tendenza del 2010 deve affrontare problemi di equilibrio aziendale assai diffusi.

Tutto quello che si è detto, a proposito di banche e finanza in primis, è solo un approdo, forse un peggiorativo, ma non una causa scatenante. Sta al termine di un percorso, non alla sua radice. Attribuire al sistema del credito tutte le colpe è come dire che un malato è morto perchè si è staccata la spina senza chiedersi perchè era malato.

Farlo invece incolpando la politica significa ignorare un intero ciclo economico-politico inaugurato nei primi anni '90 in cui la figura centrale e più mitizzata è stata quella dell'imprenditore, che a gran voce ha chiesto di essere protagonista tout court della vita sociale del Paese (al punto da svilire il ruolo del lavoro dipendente progressivamente precarizzato) e per lunghi tratti è stato figura di riferimento nelle scelte del Paese.

So bene che una differenza sta in "chi" falliva nel 2005 (aziende più piccole) e chi invece è crollato negli ultimi anni (anche grandi realtà), in uno scenario in cui la Cassa integrazione massiccia (altro nodo che verrà al pettine) ha dato un altro elemento di inquietudine economica ed occupazionale. E nel conto entrano pure le grandi realtà (a Brescia il caso emblematico per dimensione e reazione sindacale è quello di Ideal Standard) che semplicemente hanno gettato la spugna scegliendo vie diverse. Al di là dei numeri puri lo scenario circostante dice che i 313 fallimenti 2010 pesano di più dei 329 del 2005, ma ciò non toglie che i numeri ci sono e quindi gli allarmi hanno suonato tardi (ed ancora forse non si è capito nemmeno dove sia scoppiato l'incendio).

L'Associazione industriale bresciana sostiene che ai livelli pre crisi torneremo solo nel 2019. Ora al di là di possibili critiche su cosa sia pre-crisi e sul valore dei dati congiunturali nella fase 2002-2005 e 2005-2008, a cui ho accennato nelle righe sopra, il dato (in sè puramente statistico) serve non tanto a porre un obiettivo a 10 anni, ma esclusivamente per una riflessione sull'oggi: se infatti nel lungo periodo saremo tutti morti (Keynes), l'unico imperativo per le aziende è quello di intervenire subito, puntando prioritariamente ad un nuovo equilibrio: attraverso prodotti capaci di stare sul mercato, non attraverso una svendita alla cinese che mortifica i margini più che i ricavi e quindi le aziende stesse. Un obiettivo strategico non più rimandabile.

E' finito il tempo del fatturato come indice prioritario, finito il tempo della corrosione dei margini e pure quello della concorrenza sul prezzo di cui (in tempi di lira cartastraccia svalutata e svalutabile) siamo stati i primi veri maestri (prima dei cinesi che da bravi allievi ci hanno superato). Finito anche il tempo della sovrapproduzione che inflaziona e svaluta il prodotto stesso.

In tempi di latitanza politica e di totale assenza di politiche industriali nazionali, l'equilibrio (anche a crescita zero) sarebbe già un gran risultato minimo.

giovedì 30 dicembre 2010

2011. Mission impossibile. Ripartire dalla provincia senza provincialismo. Pulendo lo zerbino di casa







"Mio padre in fondo aveva anche ragione a dir che la pensione è davvero importante,
mia madre non aveva poi sbagliato a dir che un laureato conta più d' un cantante:
giovane e ingenuo io ho perso la testa, sian stati i libri o il mio provincialismo,
e un cazzo in culo e accuse d' arrivismo, dubbi di qualunquismo, son quello che mi resta..."


Jebediah Wilson commentando il mio pezzo dei giorni scorsi su Brescia e la mancanza di un'avanguardia culturale della città dice: L’italia è stata fatta 150 anni fa e gli italiani ancora non esistono. Non esistiamo perchè non abbiamo una storia condivisa. Io trovo tuttavia che una radice comune, da destra a sinistra, questa Italia ce l'abbia e stia scritta nella sua storia. E' il provincialismo. Lo dico senza giudizi di valore sul termine stesso.

Francesco Guccini ne L'Avvelenata riesce a dare al termine provincialismo un'accezione quasi positiva, salvifica, di rifugio. Romano Prodi ha usato il termine provincialismo parlando in Cina per sintetizzare le difficoltà dell'Italia nel mercato mondiale. Forse è proprio a lui che si deve negli ultimi 15 anni l'unico sussulto anti-provincialismo: quella tassa sull'Europa che ci fece fare il miracoloso recupero per entrare nell'Euro. Il Tempo si è lanciato in una difesa d'ufficio condivisibile:

Provincia non significa malevolmente provincialismo. Sembrano due termini dallo stesso significato. L'aggettivo è malevolo. Il sostantivo è la caratteristica del luogo che ha arte, mestieri, intraprendenza, e spirito di sacrificio.


Aldo Forbice qualche settimana fa parlava di provincialismo nel dibattito Fiat indicando l'uscita:

tutte le parti sociali dovrebbero partecipare a un confronto aperto perché "le verità scomode", come afferma ora anche Romano Prodi,non si possono ignorare o demonizzare.


Oggi sul Corriere gli ha fatto eco Ernesto Galli della Loggia che in mezzo a (presunti) qualunquismi aggiunge che:

Avvertiamo con chiarezza che avremmo bisogno di bilanci sinceri e impietosi fatti in pubblico, di un grande esame di coscienza, di poterci specchiare finalmente e collettivamente nella verità. Che ci servirebbero terapie radicali. Invece sulla scena italiana continua a non accadere nulla di tutto ciò.


Ma siamo intrisi di provincialismo al punto che anche le avanguardie come dovrebbero essere i blogger secondo gli studi di Linkfluence ne sono permeate. Ed il fatto stesso che io venga qui a citare Linkfluence, che fino a due ore fa nemmeno sapevo cosa fosse, dimostra che pure io sono un banalissimo provinciale.

Al termine PROVINCIA Repubblica ha dedicato queste due pagine interessanti. In cui Giorgio Bocca dice che la provincia:

è il luogo dei buoni ricordi, dei buoni cibi, dei buoni amici, ma anche la prigione da cui si sogna di fuggire per andare a conoscere il mondo


Ma c'è di più. E qui sta il problema. Il nostro provincialismo sfocia in qualcosa di ancor più radicato: si chiama familismo, ed è un atteggiamento sociale tribale che nelle sue peggiori derive solidali sfocia in fenomeni mafiosi, mentre in quelle politiche dà luogo a malcostumi radicati come parentopoli, che per il nostro presidente del Consiglio sono addirittura giustificabili in base al colore politico:







Dell'editoriale-sfogo di Galli della Loggia io ho estrapolato soprattutto la richiesta di terapie radicali. La ragione mi porta a pensare che l'auspicio sia dovuto più che altro alla dolorosa constatazione dell'irriformabilità di un paese che non ha una minima parvenza di coscienza sociale ed invoca sempre qualcosa di lontano per creare un comodo alibi. L'amputazione al posto della cura. Ma in resaltà siamo noi stessi a non funzionare. Ernesto Che Guevara banalmente diceva che "non avremo mai una città pulita se non iniziamo dallo zerbino di casa".

Il bivio è banalissimo. O tutti si impongono in una sorta di autoterapia collettiva di pulire lo zerbino di casa, o non ci resterà che l'amara ma inevitabile attesa della guerra, sola igiene del mondo.

mercoledì 29 dicembre 2010

L'altro lato della medaglia, la fuga di cervelli



Giovane, laureato, proveniente dalle ricche zone industriali del Nord-Est e Nord-Ovest d'Italia: è questo l'identikit della nuova emigrazione che cerca lavoro all'estero perché non lo trova in Italia. Lo rivela - sulla base di dati ISTAT- la trasmissione "Giovani Talenti" di Radio 24.

La "fuga dei cervelli" ha cambiato pelle a partire dalla seconda metà degli anni 2000. I dati ISTAT, elaborati sulla base di bilanci demografici e sui trasferimenti di residenza, evidenziano che l'emigrazione è scesa in valore assoluto: nel 2009, l'anno più recente per disponibilità dei dati, 48.327 cittadini italiani si sono trasferiti all'estero, in calo dai 53.924 del 2008. Un dato che mostra comunque una certa costanza. A partire dal 2003: in media 50mila italiani. Ogni anno, cambiano residenza ufficialmente per andare all'estero. A loro si affiancano le migliaia di connazionali che - non censiti - lasciano il Paese, mantenendo nella Penisola la residenza.
Ma il livello di istruzione di chi lascia la penisola è il vero dato allarmante: il numero complessivo dei giovani con titolo di studio elevato, soprattutto quelli provenienti dalle regioni più industrializzate d'Italia alla ricerca di un impiego qualificato, è letteralmente esploso, passando dai 3.835 del 2002 al 8.936 del 2008. La loro percentuale sul totale degli espatri è salita così dal 9,7% al 16,6%. Nell'arco degli anni 2000 è dunque quasi raddoppiata. Al contrario è diminuita la quota dei diplomati in uscita: in sette anni si è passati dal 30,1% al 22,3%. Stabile la categoria "Altro titolo di studio" (61,1% nel 2008).
Dal 2004 al 2008 il periodo in considerazione, risulta che:

Ancora più sorprendenti le rilevazioni su titoli di studio e provenienza geografica.
Nord - In fortissima crescita appare l'emigrazione dal Centro-Nord: A) gli espatriati dal Nord-Ovest sono passati dai 9.932 del 2004 ai 15.209 del 2008 (+53,1%); di questi i laureati sono cresciuti del 90,9 % B) gli emigranti dal Nord-Est sono cresciuti, nello stesso periodo, del 63,5% (da 7165 a 11.712); di questi i laureati sono cresciuti del 93,8 %

Centro - In forte aumento anche la nuova emigrazione dal Centro: +58,4% nel periodo 2004-2008 (da 5.921 a 9.378); di questi i laureati sono addirittura saliti del 153%

Sud - Appare in calo sia quella dal Sud ( -37,3%), con 10.804 espatri nel 2008, a fronte dei 17.244 del 2004, sia quella dalle isole ( -35,5%); di questi i laureati emigrati sono +28,1%, un dato più contenuto rispetto alle altre aree d'Italia, e dalle isole +55,6%.

Quindi analizzando i dati l'anno di svolta appare il 2007, quando l'emigrazione dal Nord ha continuato a crescere, mentre quella dal Sud è calata.

Infine l'età, nel 2008 il 54,1% degli emigrati dall'Italia aveva un'età compresa tra i 25 e i 44 anni. Un dato in crescita rispetto al 48,8% del 2004. Che mostra come, ad emigrare, siano le classi di età più produttive. Nel Centro Nord la percentuale di 25-44enni sul totale degli emigrati ammontava - nel 2008 - al 57,3% del totale, contro il 47,6% del Mezzogiorno.
Tra le mete di espatrio, si confermano prevalenti le destinazioni europee e nordamericane: Germania, Gran Bretagna, Svizzera, Francia, Spagna e Stati Uniti. Se consideriamo solo i laureati, il loro flusso si concentra - nell'ordine - su: Gran Bretagna, Germania e Svizzera. Percentualmente, la quota maggiore di laureati italiani emigranti si registra per il Lussemburgo, seguito da Emirati Arabi Uniti e dalla Cina.

martedì 28 dicembre 2010

Le radici della crisi



Come è possibile sostenere che la crisi economica è iniziata nel 2008 se Brescia negli ultimi 8 anni ne ha avuti 6 in cui ha dovuto registrare un segno meno alla voce produzione?

Siete ancora così convinti che la crisi che la nostra provincia attraversa sia nata dalla finanza e dalle banche? O stiamo giocando per l'ennesima volta allo scaricabarile?